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	<title>Dr. Luigi Fiori - Fatebenefratelli per le Nuove Povertà &#187; La Stampa</title>
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		<title>Crisi, Caritas e Istat: a rischio povertà 1 su 4. Allarme “Neet”: peggio di noi solo la Grecia</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Apr 2015 11:46:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fatebenefratelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La Stampa, 19/02/2015 10 milioni di italiani senza mezzi, in cinque anni interventi di sostegno raddoppiati. Boom degli under 30 che non lavorano e non studiano: sono il triplo della Germania. Un italiano su quattro e a rischio povertà, il &#8230; <a href="http://www.luigifiori.it/?p=435">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La Stampa, 19/02/2015</p>
<p>10 milioni di italiani senza mezzi, in cinque anni interventi di  sostegno raddoppiati. Boom degli under 30 che non lavorano e non  studiano: sono il triplo della Germania.</p>
<p>Un italiano su quattro e a rischio povertà, il 23% delle famiglie  vive in situazione di disagio economico. L’allarmante fotografia è  scattata dalla Caritas nel Rapporto Europa   sull’impatto della crisi e  dall’Istat nel documento “Noi Italia”, entrambi riferiti al 2013.</p>
<p><strong>Istat, in Italia  10 milioni di poveri</strong></p>
<p>In Italia sono oltre 10 milioni le persone in condizioni di povertà  relativa, che presentano una spesa per consumi inferiore alla soglia di  riferimento. Si tratta del 16,6% della popolazione. La povertà assoluta,  che non consente di avere standard di vita accettabili, coinvolge  invece il 7,9% delle famiglie, per un totale di circa 6 milioni di  cittadini. «Il 23,4% delle famiglie vive in una situazione di disagio  economico, per un totale di 14,6 milioni di individui». È la situazione  nel 2013. L’anno prima comunque la percentuale era ancora più alta  (24,9%). Tornando al dato più recente, circa la metà, il 12,4% dei  nuclei, si trova in grave difficoltà.</p>
<p><strong>Caritas: Europa a due velocità</strong></p>
<p>Allarme povertà nei 7 Paesi “deboli” della Ue: Italia, Portogallo,  Spagna, Grecia, Irlanda, Romania e Cipro. Lo lancia  la  Caritas nel  Rapporto Europa . A fronte di un rischio di povertà o esclusione sociale  del 24,5% nella Ue a 28, nei 7 Paesi è, in media, al 31%, il 28,4% in  Italia, oltre 1 su 4.In tema di povertà e di esclusione sociale, Caritas  evidenzia «un’Europa due velocità»: alla fine del 2013 il 24,5% della  popolazione europea (122,6 milioni di persone, un quarto del totale) era  a rischio di povertà o esclusione sociale, 1,8 milioni in meno rispetto  al 2012. Nei sette Paesi considerati più vulnerabili a seguito della  crisi lo stesso fenomeno coinvolge il 31% della popolazione. L’Italia si  posiziona su valori intermedi (28,4%), mentre il valore più elevato si  registra in Romania (40,4%).</p>
<p><strong>Il 9,6% in povertà assoluta</strong></p>
<p>Dal 2012 al 2013 la povertà «assoluta» è diminuita di poco: dal 9,9  al 9,6% della popolazione nell’Ue a 28 Stati. Tra i Paesi deboli, il  fenomeno è «allarmante» (14,9% nel 2013) &#8211; sottolinea il Rapporto della  Caritas &#8211; con punte massime in Romania (28,5%) e in Grecia (20,3%). In  Italia la «deprivazione materiale grave» colpisce il 12,4% della  popolazione. Il numero di persone che vive in famiglie quasi totalmente  prive di lavoro è aumentato in tutti i sette Paesi europei considerati  dal Rapporto di Caritas: erano il 12,3% nel 2012 e sono diventate il  13,5% nel 2013.</p>
<p><strong>In cinque anni interventi raddoppiati</strong></p>
<p>La crisi economica ha fatto aumentare l’attività di assistenza: «In  Italia l’azione Caritas si esplica attraverso 1.148 iniziative  anticrisi. Dal 2010 ad oggi le iniziative diocesane risultano  raddoppiate (+99%)». Rispetto ai contributi erogati con il «fondo  straordinario anticrisi» attivato nel 2013 da Caritas, il 39,6% delle  risorse sono state utilizzate per integrare il reddito delle famiglie;  il 32% è invece impiegato per l’acquisto di beni di prima necessità.</p>
<p><strong>Boom di “Neet”: sono due milioni e mezzo</strong></p>
<p>Numeri preoccupanti anche sul fronte giovanile. In Italia, secondo le  rilevazioni Istat, sono due milioni e mezzo i giovani tra 15 e 29 anni  che non studiano e non lavorano, i cosiddetti “Neet”. Dati del 2013 alla  mano, si tratta del 26% degli under30, più di 1 su 4.  In Ue peggio fa  solo la Grecia (28,9%). Ne abbiamo il triplo della Germania (8,7%) e  quasi il doppio della Francia (13,8%).</p>
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		<title>Intervista a Papa Francesco: “Avere cura di chi è povero non è comunismo, è Vangelo”</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Apr 2015 11:41:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fatebenefratelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[La Stampa, 11/01/2015 Andrea Tornielli, Giacomo Galeazzi       CITTA&#8217; DEL VATICANO Il Pontefice: “Il Nuovo Testamento non condanna i ricchi, ma l’idolatria della ricchezza. Il nostro sistema si mantiene con la cultura dello scarto, così crescono disparità e povertà” Anticipiamo uno &#8230; <a href="http://www.luigifiori.it/?p=432">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La Stampa, 11/01/2015</p>
<p>Andrea Tornielli, Giacomo Galeazzi       CITTA&#8217; DEL VATICANO</p>
<p>Il Pontefice: “Il Nuovo Testamento non condanna i ricchi, ma l’idolatria  della ricchezza.  Il nostro sistema si mantiene con la cultura dello  scarto, così crescono disparità e povertà”</p>
<p>Anticipiamo uno stralcio di «Papa Francesco.  Questa economia uccide», il libro sul magistero sociale di Bergoglio  scritto da Andrea Tornielli, coordinatore di «Vatican Insider», e  Giacomo Galeazzi, vaticanista de «La Stampa». Il volume raccoglie e  analizza i discorsi, i documenti e gli interventi di Francesco su  povertà, immigrazione, giustizia sociale, salvaguardia del creato. E  mette a confronto esperti di economia, finanza e dottrina sociale della  Chiesa &#8211; tra questi il professor Stefano Zamagni e il banchiere Ettore  Gotti Tedeschi &#8211; raccontando anche le reazioni che certe prese di  posizione del Pontefice hanno suscitato. Il libro si conclude con  un’intervista che Francesco ha rilasciato agli autori all’inizio di  ottobre 2014.</p>
<p>«Marxista», «comunista» e «pauperista»: le parole di Francesco sulla  povertà e sulla giustizia sociale, i suoi frequenti richiami  all’attenzione verso i bisognosi, gli hanno attirato critiche e anche  accuse talvolta espresse con durezza e sarcasmo. Come vive tutto questo  Papa Bergoglio? Perché il tema della povertà è stato così presente nel  suo magistero?</p>
<p><strong>Santità, il capitalismo come lo stiamo vivendo negli ultimi decenni è, secondo lei, un sistema in qualche modo irreversibile?</strong></p>
<p>«Non saprei come rispondere a questa domanda. Riconosco che la  globalizzazione ha aiutato molte persone a sollevarsi dalla povertà, ma  ne ha condannate tante altre a morire di fame. È vero che in termini  assoluti è cresciuta la ricchezza mondiale, ma sono anche aumentate le  disparità e sono sorte nuove povertà. Quello che noto è che questo  sistema si mantiene con quella cultura dello scarto, della quale ho già  parlato varie volte. C’è una politica, una sociologia, e anche un  atteggiamento dello scarto. Quando al centro del sistema non c’è più  l’uomo ma il denaro, quando il denaro diventa un idolo, gli uomini e le  donne sono ridotti a semplici strumenti di un sistema sociale ed  economico caratterizzato, anzi dominato da profondi squilibri. E così si  “scarta” quello che non serve a questa logica: è quell’atteggiamento  che scarta i bambini e gli anziani, e che ora colpisce anche i giovani.  Mi ha impressionato apprendere che nei Paesi sviluppati ci sono tanti  milioni di giovani al di sotto dei 25 anni che non hanno lavoro. Li ho  chiamati i giovani “né-né”, perché non studiano né lavorano: non  studiano perché non hanno possibilità di farlo, non lavorano perché  manca il lavoro. Ma vorrei anche ricordare quella cultura dello scarto  che porta a rifiutare i bambini anche con l’aborto. Mi colpiscono i  tassi di natalità così bassi qui in Italia: così si perde il legame con  il futuro. Come pure la cultura dello scarto porta all’eutanasia  nascosta degli anziani, che vengono abbandonati. Invece di essere  considerati come la nostra memoria, il legame con il nostro passato è  una risorsa di saggezza per il presente. A volte mi chiedo: quale sarà  il prossimo scarto? Dobbiamo fermarci in tempo. Fermiamoci, per favore! E  dunque, per cercare di rispondere alla domanda, direi: non consideriamo  questo stato di cose come irreversibile, non rassegniamoci. Cerchiamo  di costruire una società e un’economia dove l’uomo e il suo bene, e non  il denaro, siano al centro».</p>
<p><strong>Un cambiamento, una maggiore attenzione alla  giustizia sociale può avvenire grazie a più etica nell’economia oppure è  giusto ipotizzare anche cambiamenti strutturali al sistema?</strong></p>
<p>«Innanzitutto è bene ricordare che c’è bisogno di etica  nell’economia, e c’è bisogno di etica anche nella politica. Più volte  vari capi di Stato e leader politici che ho potuto incontrare dopo la  mia elezione a vescovo di Roma mi hanno parlato di questo. Hanno detto:  voi leader religiosi dovete aiutarci, darci delle indicazioni etiche.  Sì, il pastore può fare i suoi richiami, ma sono convinto che ci sia  bisogno, come ricordava Benedetto XVI nell’enciclica “Caritas in  veritate”, di uomini e donne con le braccia alzate verso Dio per  pregarlo, consapevoli che l’amore e la condivisione da cui deriva  l’autentico sviluppo, non sono un prodotto delle nostre mani, ma un dono  da chiedere. E al tempo stesso sono convinto che ci sia bisogno che  questi uomini e queste donne si impegnino, ad ogni livello, nella  società, nella politica, nelle istituzioni e nell’economia, mettendo al  centro il bene comune. Non possiamo più aspettare a risolvere le cause  strutturali della povertà, per guarire le nostre società da una malattia  che può solo portare verso nuove crisi. I mercati e la speculazione  finanziaria non possono godere di un’autonomia assoluta. Senza una  soluzione ai problemi dei poveri non risolveremo i problemi del mondo.  Servono programmi, meccanismi e processi orientati a una migliore  distribuzione delle risorse, alla creazione di lavoro, alla promozione  integrale di chi è escluso».</p>
<p><strong>Perché le parole forti e profetiche di Pio XI  nell’enciclica Quadragesimo Anno contro l’imperialismo internazionale  del denaro, oggi suonano per molti – anche cattolici – esagerate e  radicali?</strong></p>
<p>«Pio XI sembra esagerato a coloro che si sentono colpiti dalle sue  parole, punti sul vivo dalle sue profetiche denunce. Ma il Papa non era  esagerato, aveva detto la verità dopo la crisi economico-finanziaria del  1929, e da buon alpinista vedeva le cose come stavano, sapeva guardare  lontano. Temo che gli esagerati siano piuttosto coloro che ancora oggi  si sentono chiamati in causa dai richiami di Pio XI&#8230;».</p>
<p><strong>Restano ancora valide le pagine della “Populorum  progressio” nelle quali si dice che la proprietà privata non è un  diritto assoluto ma è subordinata al bene comune, e quelle del  catechismo di San Pio X che elenca tra i peccati che gridano vendetta al  cospetto di Dio l’opprimere i poveri e il defraudare della giusta  mercede gli operai?</strong></p>
<p>«Non solo sono affermazioni ancora valide, ma più il tempo passa e più trovo che siano comprovate dall’esperienza».</p>
<p><strong>Hanno colpito molti le sue parole sui poveri «carne di Cristo». La disturba l’accusa di «pauperismo»?</strong></p>
<p>«Prima che arrivasse Francesco d’Assisi c’erano i “pauperisti”, nel  Medio Evo ci sono state molte correnti pauperistiche. Il pauperismo è  una caricatura del Vangelo e della stessa povertà. Invece san Francesco  ci ha aiutato a scoprire il legame profondo tra la povertà e il cammino  evangelico. Gesù afferma che non si possono servire due padroni, Dio e  la ricchezza. È pauperismo? Gesù ci dice qual è il “protocollo” sulla  base del quale noi saremo giudicati, è quello che leggiamo nel capitolo  25 del Vangelo di Matteo: ho avuto fame, ho avuto sete, sono stato in  carcere, ero malato, ero nudo e mi avete aiutato, vestito, visitato, vi  siete presi cura di me. Ogni volta che facciamo questo a un nostro  fratello, lo facciamo a Gesù. Avere cura del nostro prossimo: di chi è  povero, di chi soffre nel corpo nello spirito, di chi è nel bisogno.  Questa è la pietra di paragone. È pauperismo? No, è Vangelo. La povertà  allontana dall’idolatria, dal sentirci autosufficienti. Zaccheo, dopo  aver incrociato lo sguardo misericordioso di Gesù, ha donato la metà dei  suoi averi ai poveri. Quello del Vangelo è un messaggio rivolto a  tutti, il Vangelo non condanna i ricchi ma l’idolatria della ricchezza,  quell’idolatria che rende insensibili al grido del povero. Gesù ha detto  che prima di offrire il nostro dono davanti all’altare dobbiamo  riconciliarci con il nostro fratello per essere in pace con lui. Credo  che possiamo, per analogia, estendere questa richiesta anche all’essere  in pace con questi fratelli poveri».</p>
<p><strong>Lei ha sottolineato la continuità con la  tradizione della Chiesa in questa attenzione ai poveri. Può fare qualche  esempio in questo senso?</strong></p>
<p>«Un mese prima di aprire il Concilio Ecumenico Vaticano II, Papa  Giovanni XXIII disse: “La Chiesa si presenta quale è e vuole essere,  come la Chiesa di tutti, e particolarmente la Chiesa dei poveri”. Negli  anni successivi la scelta preferenziale per i poveri è entrata nei  documenti del magistero. Qualcuno potrebbe pensare a una novità, mentre  invece si tratta di un’attenzione che ha la sua origine nel Vangelo ed è  documentata già nei primi secoli di cristianesimo. Se ripetessi alcuni  brani delle omelie dei primi Padri della Chiesa, del II o del III  secolo, su come si debbano trattare i poveri, ci sarebbe qualcuno ad  accusarmi che la mia è un’omelia marxista. “Non è del tuo avere che tu  fai dono al povero; tu non fai che rendergli ciò che gli appartiene.  Poiché è quel che è dato in comune per l’uso di tutti, ciò che tu ti  annetti. La terra è data a tutti, e non solamente ai ricchi”. Sono  parole di sant’Ambrogio, servite a Papa Paolo VI per affermare, nella  “Populorum progressio”, che la proprietà privata non costituisce per  alcuno un diritto incondizionato e assoluto, e che nessuno è autorizzato  a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando  gli altri mancano del necessario. San Giovanni Crisostomo affermava:  “Non condividere i propri beni con i poveri significa derubarli e  privarli della vita. I beni che possediamo non sono nostri, ma loro”.  (&#8230;) Come si può vedere, questa attenzione per i poveri è nel Vangelo,  ed è nella tradizione della Chiesa, non è un’invenzione del comunismo e  non bisogna ideologizzarla, come alcune volte è accaduto nel corso della  storia. La Chiesa quando invita a vincere quella che ho chiamato la  “globalizzazione dell’indifferenza” è lontana da qualunque interesse  politico e da qualunque ideologia: mossa unicamente dalle parole di Gesù  vuole offrire il suo contributo alla costruzione di un mondo dove ci si  custodisca l’un l’altro e ci si prenda cura l’uno dell’altro».</p>
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		<title>Nuovi poveri, sfrattati perchè non pagano il mutuo</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Mar 2011 12:27:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fatebenefratelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La Stampa, 10 ottobre 2010 nuovepoverta]]></description>
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