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	<title>Dr. Luigi Fiori - Fatebenefratelli per le Nuove Povertà &#187; fatebenefratelli</title>
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		<title>Crisi, Caritas e Istat: a rischio povertà 1 su 4. Allarme “Neet”: peggio di noi solo la Grecia</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Apr 2015 11:46:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fatebenefratelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[La Stampa, 19/02/2015 10 milioni di italiani senza mezzi, in cinque anni interventi di sostegno raddoppiati. Boom degli under 30 che non lavorano e non studiano: sono il triplo della Germania. Un italiano su quattro e a rischio povertà, il &#8230; <a href="http://www.luigifiori.it/?p=435">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La Stampa, 19/02/2015</p>
<p>10 milioni di italiani senza mezzi, in cinque anni interventi di  sostegno raddoppiati. Boom degli under 30 che non lavorano e non  studiano: sono il triplo della Germania.</p>
<p>Un italiano su quattro e a rischio povertà, il 23% delle famiglie  vive in situazione di disagio economico. L’allarmante fotografia è  scattata dalla Caritas nel Rapporto Europa   sull’impatto della crisi e  dall’Istat nel documento “Noi Italia”, entrambi riferiti al 2013.</p>
<p><strong>Istat, in Italia  10 milioni di poveri</strong></p>
<p>In Italia sono oltre 10 milioni le persone in condizioni di povertà  relativa, che presentano una spesa per consumi inferiore alla soglia di  riferimento. Si tratta del 16,6% della popolazione. La povertà assoluta,  che non consente di avere standard di vita accettabili, coinvolge  invece il 7,9% delle famiglie, per un totale di circa 6 milioni di  cittadini. «Il 23,4% delle famiglie vive in una situazione di disagio  economico, per un totale di 14,6 milioni di individui». È la situazione  nel 2013. L’anno prima comunque la percentuale era ancora più alta  (24,9%). Tornando al dato più recente, circa la metà, il 12,4% dei  nuclei, si trova in grave difficoltà.</p>
<p><strong>Caritas: Europa a due velocità</strong></p>
<p>Allarme povertà nei 7 Paesi “deboli” della Ue: Italia, Portogallo,  Spagna, Grecia, Irlanda, Romania e Cipro. Lo lancia  la  Caritas nel  Rapporto Europa . A fronte di un rischio di povertà o esclusione sociale  del 24,5% nella Ue a 28, nei 7 Paesi è, in media, al 31%, il 28,4% in  Italia, oltre 1 su 4.In tema di povertà e di esclusione sociale, Caritas  evidenzia «un’Europa due velocità»: alla fine del 2013 il 24,5% della  popolazione europea (122,6 milioni di persone, un quarto del totale) era  a rischio di povertà o esclusione sociale, 1,8 milioni in meno rispetto  al 2012. Nei sette Paesi considerati più vulnerabili a seguito della  crisi lo stesso fenomeno coinvolge il 31% della popolazione. L’Italia si  posiziona su valori intermedi (28,4%), mentre il valore più elevato si  registra in Romania (40,4%).</p>
<p><strong>Il 9,6% in povertà assoluta</strong></p>
<p>Dal 2012 al 2013 la povertà «assoluta» è diminuita di poco: dal 9,9  al 9,6% della popolazione nell’Ue a 28 Stati. Tra i Paesi deboli, il  fenomeno è «allarmante» (14,9% nel 2013) &#8211; sottolinea il Rapporto della  Caritas &#8211; con punte massime in Romania (28,5%) e in Grecia (20,3%). In  Italia la «deprivazione materiale grave» colpisce il 12,4% della  popolazione. Il numero di persone che vive in famiglie quasi totalmente  prive di lavoro è aumentato in tutti i sette Paesi europei considerati  dal Rapporto di Caritas: erano il 12,3% nel 2012 e sono diventate il  13,5% nel 2013.</p>
<p><strong>In cinque anni interventi raddoppiati</strong></p>
<p>La crisi economica ha fatto aumentare l’attività di assistenza: «In  Italia l’azione Caritas si esplica attraverso 1.148 iniziative  anticrisi. Dal 2010 ad oggi le iniziative diocesane risultano  raddoppiate (+99%)». Rispetto ai contributi erogati con il «fondo  straordinario anticrisi» attivato nel 2013 da Caritas, il 39,6% delle  risorse sono state utilizzate per integrare il reddito delle famiglie;  il 32% è invece impiegato per l’acquisto di beni di prima necessità.</p>
<p><strong>Boom di “Neet”: sono due milioni e mezzo</strong></p>
<p>Numeri preoccupanti anche sul fronte giovanile. In Italia, secondo le  rilevazioni Istat, sono due milioni e mezzo i giovani tra 15 e 29 anni  che non studiano e non lavorano, i cosiddetti “Neet”. Dati del 2013 alla  mano, si tratta del 26% degli under30, più di 1 su 4.  In Ue peggio fa  solo la Grecia (28,9%). Ne abbiamo il triplo della Germania (8,7%) e  quasi il doppio della Francia (13,8%).</p>
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		<title>Intervista a Papa Francesco: “Avere cura di chi è povero non è comunismo, è Vangelo”</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Apr 2015 11:41:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fatebenefratelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[La Stampa, 11/01/2015 Andrea Tornielli, Giacomo Galeazzi       CITTA&#8217; DEL VATICANO Il Pontefice: “Il Nuovo Testamento non condanna i ricchi, ma l’idolatria della ricchezza. Il nostro sistema si mantiene con la cultura dello scarto, così crescono disparità e povertà” Anticipiamo uno &#8230; <a href="http://www.luigifiori.it/?p=432">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La Stampa, 11/01/2015</p>
<p>Andrea Tornielli, Giacomo Galeazzi       CITTA&#8217; DEL VATICANO</p>
<p>Il Pontefice: “Il Nuovo Testamento non condanna i ricchi, ma l’idolatria  della ricchezza.  Il nostro sistema si mantiene con la cultura dello  scarto, così crescono disparità e povertà”</p>
<p>Anticipiamo uno stralcio di «Papa Francesco.  Questa economia uccide», il libro sul magistero sociale di Bergoglio  scritto da Andrea Tornielli, coordinatore di «Vatican Insider», e  Giacomo Galeazzi, vaticanista de «La Stampa». Il volume raccoglie e  analizza i discorsi, i documenti e gli interventi di Francesco su  povertà, immigrazione, giustizia sociale, salvaguardia del creato. E  mette a confronto esperti di economia, finanza e dottrina sociale della  Chiesa &#8211; tra questi il professor Stefano Zamagni e il banchiere Ettore  Gotti Tedeschi &#8211; raccontando anche le reazioni che certe prese di  posizione del Pontefice hanno suscitato. Il libro si conclude con  un’intervista che Francesco ha rilasciato agli autori all’inizio di  ottobre 2014.</p>
<p>«Marxista», «comunista» e «pauperista»: le parole di Francesco sulla  povertà e sulla giustizia sociale, i suoi frequenti richiami  all’attenzione verso i bisognosi, gli hanno attirato critiche e anche  accuse talvolta espresse con durezza e sarcasmo. Come vive tutto questo  Papa Bergoglio? Perché il tema della povertà è stato così presente nel  suo magistero?</p>
<p><strong>Santità, il capitalismo come lo stiamo vivendo negli ultimi decenni è, secondo lei, un sistema in qualche modo irreversibile?</strong></p>
<p>«Non saprei come rispondere a questa domanda. Riconosco che la  globalizzazione ha aiutato molte persone a sollevarsi dalla povertà, ma  ne ha condannate tante altre a morire di fame. È vero che in termini  assoluti è cresciuta la ricchezza mondiale, ma sono anche aumentate le  disparità e sono sorte nuove povertà. Quello che noto è che questo  sistema si mantiene con quella cultura dello scarto, della quale ho già  parlato varie volte. C’è una politica, una sociologia, e anche un  atteggiamento dello scarto. Quando al centro del sistema non c’è più  l’uomo ma il denaro, quando il denaro diventa un idolo, gli uomini e le  donne sono ridotti a semplici strumenti di un sistema sociale ed  economico caratterizzato, anzi dominato da profondi squilibri. E così si  “scarta” quello che non serve a questa logica: è quell’atteggiamento  che scarta i bambini e gli anziani, e che ora colpisce anche i giovani.  Mi ha impressionato apprendere che nei Paesi sviluppati ci sono tanti  milioni di giovani al di sotto dei 25 anni che non hanno lavoro. Li ho  chiamati i giovani “né-né”, perché non studiano né lavorano: non  studiano perché non hanno possibilità di farlo, non lavorano perché  manca il lavoro. Ma vorrei anche ricordare quella cultura dello scarto  che porta a rifiutare i bambini anche con l’aborto. Mi colpiscono i  tassi di natalità così bassi qui in Italia: così si perde il legame con  il futuro. Come pure la cultura dello scarto porta all’eutanasia  nascosta degli anziani, che vengono abbandonati. Invece di essere  considerati come la nostra memoria, il legame con il nostro passato è  una risorsa di saggezza per il presente. A volte mi chiedo: quale sarà  il prossimo scarto? Dobbiamo fermarci in tempo. Fermiamoci, per favore! E  dunque, per cercare di rispondere alla domanda, direi: non consideriamo  questo stato di cose come irreversibile, non rassegniamoci. Cerchiamo  di costruire una società e un’economia dove l’uomo e il suo bene, e non  il denaro, siano al centro».</p>
<p><strong>Un cambiamento, una maggiore attenzione alla  giustizia sociale può avvenire grazie a più etica nell’economia oppure è  giusto ipotizzare anche cambiamenti strutturali al sistema?</strong></p>
<p>«Innanzitutto è bene ricordare che c’è bisogno di etica  nell’economia, e c’è bisogno di etica anche nella politica. Più volte  vari capi di Stato e leader politici che ho potuto incontrare dopo la  mia elezione a vescovo di Roma mi hanno parlato di questo. Hanno detto:  voi leader religiosi dovete aiutarci, darci delle indicazioni etiche.  Sì, il pastore può fare i suoi richiami, ma sono convinto che ci sia  bisogno, come ricordava Benedetto XVI nell’enciclica “Caritas in  veritate”, di uomini e donne con le braccia alzate verso Dio per  pregarlo, consapevoli che l’amore e la condivisione da cui deriva  l’autentico sviluppo, non sono un prodotto delle nostre mani, ma un dono  da chiedere. E al tempo stesso sono convinto che ci sia bisogno che  questi uomini e queste donne si impegnino, ad ogni livello, nella  società, nella politica, nelle istituzioni e nell’economia, mettendo al  centro il bene comune. Non possiamo più aspettare a risolvere le cause  strutturali della povertà, per guarire le nostre società da una malattia  che può solo portare verso nuove crisi. I mercati e la speculazione  finanziaria non possono godere di un’autonomia assoluta. Senza una  soluzione ai problemi dei poveri non risolveremo i problemi del mondo.  Servono programmi, meccanismi e processi orientati a una migliore  distribuzione delle risorse, alla creazione di lavoro, alla promozione  integrale di chi è escluso».</p>
<p><strong>Perché le parole forti e profetiche di Pio XI  nell’enciclica Quadragesimo Anno contro l’imperialismo internazionale  del denaro, oggi suonano per molti – anche cattolici – esagerate e  radicali?</strong></p>
<p>«Pio XI sembra esagerato a coloro che si sentono colpiti dalle sue  parole, punti sul vivo dalle sue profetiche denunce. Ma il Papa non era  esagerato, aveva detto la verità dopo la crisi economico-finanziaria del  1929, e da buon alpinista vedeva le cose come stavano, sapeva guardare  lontano. Temo che gli esagerati siano piuttosto coloro che ancora oggi  si sentono chiamati in causa dai richiami di Pio XI&#8230;».</p>
<p><strong>Restano ancora valide le pagine della “Populorum  progressio” nelle quali si dice che la proprietà privata non è un  diritto assoluto ma è subordinata al bene comune, e quelle del  catechismo di San Pio X che elenca tra i peccati che gridano vendetta al  cospetto di Dio l’opprimere i poveri e il defraudare della giusta  mercede gli operai?</strong></p>
<p>«Non solo sono affermazioni ancora valide, ma più il tempo passa e più trovo che siano comprovate dall’esperienza».</p>
<p><strong>Hanno colpito molti le sue parole sui poveri «carne di Cristo». La disturba l’accusa di «pauperismo»?</strong></p>
<p>«Prima che arrivasse Francesco d’Assisi c’erano i “pauperisti”, nel  Medio Evo ci sono state molte correnti pauperistiche. Il pauperismo è  una caricatura del Vangelo e della stessa povertà. Invece san Francesco  ci ha aiutato a scoprire il legame profondo tra la povertà e il cammino  evangelico. Gesù afferma che non si possono servire due padroni, Dio e  la ricchezza. È pauperismo? Gesù ci dice qual è il “protocollo” sulla  base del quale noi saremo giudicati, è quello che leggiamo nel capitolo  25 del Vangelo di Matteo: ho avuto fame, ho avuto sete, sono stato in  carcere, ero malato, ero nudo e mi avete aiutato, vestito, visitato, vi  siete presi cura di me. Ogni volta che facciamo questo a un nostro  fratello, lo facciamo a Gesù. Avere cura del nostro prossimo: di chi è  povero, di chi soffre nel corpo nello spirito, di chi è nel bisogno.  Questa è la pietra di paragone. È pauperismo? No, è Vangelo. La povertà  allontana dall’idolatria, dal sentirci autosufficienti. Zaccheo, dopo  aver incrociato lo sguardo misericordioso di Gesù, ha donato la metà dei  suoi averi ai poveri. Quello del Vangelo è un messaggio rivolto a  tutti, il Vangelo non condanna i ricchi ma l’idolatria della ricchezza,  quell’idolatria che rende insensibili al grido del povero. Gesù ha detto  che prima di offrire il nostro dono davanti all’altare dobbiamo  riconciliarci con il nostro fratello per essere in pace con lui. Credo  che possiamo, per analogia, estendere questa richiesta anche all’essere  in pace con questi fratelli poveri».</p>
<p><strong>Lei ha sottolineato la continuità con la  tradizione della Chiesa in questa attenzione ai poveri. Può fare qualche  esempio in questo senso?</strong></p>
<p>«Un mese prima di aprire il Concilio Ecumenico Vaticano II, Papa  Giovanni XXIII disse: “La Chiesa si presenta quale è e vuole essere,  come la Chiesa di tutti, e particolarmente la Chiesa dei poveri”. Negli  anni successivi la scelta preferenziale per i poveri è entrata nei  documenti del magistero. Qualcuno potrebbe pensare a una novità, mentre  invece si tratta di un’attenzione che ha la sua origine nel Vangelo ed è  documentata già nei primi secoli di cristianesimo. Se ripetessi alcuni  brani delle omelie dei primi Padri della Chiesa, del II o del III  secolo, su come si debbano trattare i poveri, ci sarebbe qualcuno ad  accusarmi che la mia è un’omelia marxista. “Non è del tuo avere che tu  fai dono al povero; tu non fai che rendergli ciò che gli appartiene.  Poiché è quel che è dato in comune per l’uso di tutti, ciò che tu ti  annetti. La terra è data a tutti, e non solamente ai ricchi”. Sono  parole di sant’Ambrogio, servite a Papa Paolo VI per affermare, nella  “Populorum progressio”, che la proprietà privata non costituisce per  alcuno un diritto incondizionato e assoluto, e che nessuno è autorizzato  a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando  gli altri mancano del necessario. San Giovanni Crisostomo affermava:  “Non condividere i propri beni con i poveri significa derubarli e  privarli della vita. I beni che possediamo non sono nostri, ma loro”.  (&#8230;) Come si può vedere, questa attenzione per i poveri è nel Vangelo,  ed è nella tradizione della Chiesa, non è un’invenzione del comunismo e  non bisogna ideologizzarla, come alcune volte è accaduto nel corso della  storia. La Chiesa quando invita a vincere quella che ho chiamato la  “globalizzazione dell’indifferenza” è lontana da qualunque interesse  politico e da qualunque ideologia: mossa unicamente dalle parole di Gesù  vuole offrire il suo contributo alla costruzione di un mondo dove ci si  custodisca l’un l’altro e ci si prenda cura l’uno dell’altro».</p>
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		<title>Caritas, boom di nuovi poveri la crisi ora colpisce i ceti medi</title>
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		<pubDate>Thu, 31 Mar 2011 11:24:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fatebenefratelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fatebenefratelli]]></category>

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		<description><![CDATA[LA STAMPA 30 marzo 2011 Di  MARIA ELENA SPAGNOLO CRESCONO le richieste di aiuto, con un boom nei primi mesi del 2011, e aumentano i casi di nuova povertà, tanto che «i volontari spesso si sentono inadeguati a fronteggiare problemi &#8230; <a href="http://www.luigifiori.it/?p=423">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>LA STAMPA </strong>30 marzo 2011</p>
<p><strong>Di  <em>MARIA ELENA SPAGNOLO</em></strong></p>
<p>CRESCONO le richieste di aiuto, con un boom nei primi mesi del 2011, e aumentano i casi di nuova povertà, tanto che «i volontari spesso si sentono inadeguati a fronteggiare problemi che cambiano velocemente, mentre diminuiscono le risorse pubbliche». È questa la realtà del centro di ascolto diocesano Le Due Tuniche descritta ieri dal direttore della Caritas Pierluigi Dovis, che ha presentato i dati relativi al 2010e ai primi mesi del 2011. Il giudizio è molto preoccupato. «Queste cifre spaventano. La mancanza di lavoro sta creando conseguenze a catena molto complesse». A ciò si aggiunge anche l&#8217;emergenza profughi, che Dovis propone di affrontare chiedendo a ciascun comune piemontese, grande o piccolo, di ospitarne uno o due.</p>
<p>La crisi affondai colpi, ora chiedono aiuto anche imprenditori, artigiani, lavoratori: fasce di mezzo, non coperte dal welfare. Nel 2010 sono stati in 546 a rivolgersi al centro di ascolto, che accoglie solo italiani (per gli stranieri c&#8217;è la Pastorale Migranti). Un aumento notevole di richieste (+58 per cento) rispetto al 2009, quando erano state 345. Ma gli utenti sono cresciuti ancora nei primi tre mesi del 2011: dal 20 gennaio al 21 marzo sono arrivate già 318 persone. «Un incremento del 77 per cento, un drastico peggioramento. Se continuerà così possiamo aspettarci un afflusso di più di 1600 persone per il 2011, che equivale a un + 190 per cento». Ma chi arriva al centro Le Due Tuniche di via Saint Bon? «Nel 2010 l&#8217;81% erano ospiti che si rivolgevano a noi per la prima volta, un numero mai visto.</p>
<p>Tra loro il 40 per cento rientra nella cosiddetta categoria della &#8220;povertà grigia&#8221;. I senza fissa dimora erano solo 28. Sono aumentati gli uomini, ormai pari alle donne».</p>
<p>Crescono le nuove povertà legate alla crisi. Secondo Dovis nel 2010i disoccupati erano i tre quarti, nei primi mesi del 2011 quattro su cinque. «Sono sempre di più coloro che hanno terminato il periodo di cassa integrazione senza riuscire a rientrare nel circuito».A Torino le circoscrizioni 5, 6 e 7 sembrano le più problematiche.</p>
<p>In crescita anche le presenze da fuori città, aumentate nel 2010 del 172.41%. «A tutti offriamo ascolto, ma non sempre possiamo accogliere richieste economiche a causa del budget (nel 2010 spesi 507 mila euro). Abbiamo aumentato le visite a casa e creato servizi nuovi». Ad esempio l&#8217;accompagnamento alla chiusura della partita Iva, l&#8217;assistenza a 10 piccole aziende in chiusura, o il progetto Gocce di Speranza, un fondo di rotazione pensato per le nuove fasce di povertà. «Alle uscite di supermercati e fabbriche si sono moltiplicati i volantini pubblicitari di finanziarie che prestano soldi &#8211; spiega la coordinatrice Maria Teresa Falchi &#8211; perché molti non riescono più a fare fronte a spese improvvise. Si rivolgono ai prestasoldi per pagare un funerale, gli occhiali o il riscaldamento, così abbiamo creato una cassa comune». Tra i casi, quello di un insegnante che rischiava il pignoramento della casa, una giornalista disoccupata o una persona indebitata con l&#8217;Inps. «Emergono povertà silenti &#8211; spiega Dovis &#8211; il welfare non basta.</p>
<p>Manca un piano per mettere le risorse in rete e diminuiscono i fondi pubblici. Chiediamo che i tagli siano sugli sprechi, e che ci sia rete tra tutti. Ciascuno faccia la sua parte, c&#8217;è troppa delega al volontariato». Dovis ha parlato anche delle offerte peri poveri, molto diminuite, e dell&#8217;accoglienza dei profughi di Lampedusa: «C&#8217;è il dovere della solidarietà, ma non si può scaricare tutto sui grandi centri. Si è parlato del Ciriacese, ma non ha senso mettere 500 persone alle porte di una grande città. Si potrebbe invece chiedere a tutti i comuni, anche quelli piccoli, di ospitare uno o due profughi. Solo la Regione può chiederlo, spero lo faccia. E poi le istituzioni alzino la voce con l&#8217;Europa».</p>
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		<title>Conflitti, traumi e nuove povertà: allarme separazioni</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Mar 2011 11:42:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fatebenefratelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fatebenefratelli]]></category>

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		<description><![CDATA[di Massimo Sesena Gazzetta di Reggio 22 marzo 2011 Divorzio breve, separazione consensuale, affido condiviso. In questi anni la legislazione in materia di diritto di famiglia dovrebbe aver colmato molte lacune. Il condizionale è d&#8217;obbligo perché quando ci si addentra &#8230; <a href="http://www.luigifiori.it/?p=420">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
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<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 3.4pt; background: none repeat scroll 0% 0% white;"><strong><em><span style="font-family: Arial; color: black;">di Massimo Sesena </span></em></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 3.4pt; background: none repeat scroll 0% 0% white;"><strong><em><span style="font-family: Arial; color: black;">Gazzetta di Reggio</span></em></strong><strong><span style="font-family: Arial; color: black;"> </span><span style="font-size: 20.5pt; font-family: Arial; color: black; letter-spacing: -0.6pt;"> </span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height: 12.25pt; background: none repeat scroll 0% 0% white;"><strong><em><span style="font-family: Arial; color: #666666;">22 marzo 2011</span></em></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height: 12.25pt; background: none repeat scroll 0% 0% white;"><strong><span style="font-size: 20.5pt; font-family: Arial; color: black; letter-spacing: -0.6pt;"> </span></strong><span style="font-size: 9.5pt; font-family: Arial; color: black;">Divorzio breve, separazione consensuale, affido condiviso. In questi anni la legislazione in materia di diritto di famiglia dovrebbe aver colmato molte lacune. Il condizionale è d&#8217;obbligo perché quando ci si addentra in questo mondo, si scopre che il più delle volte, così non è. Anzi, il più delle volte quei termini giuridici si rivelano poco più che scatole vuote. A lanciare un appello, che appare quasi come un allarme, è l&#8217;associazione Terra di abbracci.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height: 12.25pt; background: none repeat scroll 0% 0% white;"><span style="font-size: 9pt; font-family: Arial; color: black;"> </span></p>
<p><strong><span style="font-size: 9pt; font-family: Arial; color: black;">REGGIO.</span></strong><span style="font-size: 9pt; font-family: Arial; color: black;"> Molti di loro finiscono da un giorno all&#8217;altro per cambiare vita. In peggio. A causa di una separazione, conoscono d&#8217;un tratto la solitudine, il disagio sociale, in molti casi persino la povertà. Divorzio breve, separazione consensuale, affido condiviso. In questi anni la legislazione in materia di diritto di famiglia dovrebbe aver colmato molte lacune. Il condizionale è d&#8217;obbligo perché quando ci si addentra in questo mondo, si scopre che il più delle volte, così non è. Anzi, il più delle volte quei termini giuridici si rivelano poco più che scatole vuote. Anche a Reggio, il fenomeno dei genitori separati e del carico di disagio che ogni singola situazione porta con sè, ha i contorni di un vero e proprio allarme sociale. E&#8217; proprio attorno a questo allarme sociale che si sta muovendo con successo una giovane onlus reggiana, nata dall&#8217;incontro tra Pina Tromellini, pedagogista da sempre attenta ai temi sociali e della famiglia («Bambini con le ruote» è il titolo del suo ultimo libro, che tratta proprio del disagio dei figli di genitori separati) e un gruppo di persone tutte accomunate da una esperienza di separazione. «La filosofia &#8211; dice il vice presidente dell&#8217;associazione, il musicista Vincenzo Gallo &#8211; è quella del mutuo aiuto». VUOTO LEGISLATIVO. Il consulente legale dell&#8217;associazione, l&#8217;avvocato Stefano Ruggieri fornisce una fotografia del fenomeno: «Esiste una realtà di coppie separate che s&#8217;ingrossa di giorno in giorno. A queste coppie, sposate in chiesa o in Comune, si aggiungono le coppie di fatto con figli, per le quali ha competenza esclusiva e specifica il tribunale per i minorenni. Di fronte a questo quadro vasto e ancora molto indefinito, vi è una legislazione molto carente, una serie di scatole vuote che quasi mai si riesce a riempire. Nell&#8217;applicazione della legge non basta la buona volontà del giudice, serve anche che tra le parti si crei un clima costruttivo». Ed è subito su questo aspetto che l&#8217;associazione «Terra di abbracci» prova a intervenire: «La prima cosa da fare &#8211; dice Gallo &#8211; è calmare gli animi. Le vediamo quando arrivano da noi: queste persone sono esasperate, per mille ragioni che vanno dalle discussioni economiche e culminano con quelle sui figli». E&#8217; l&#8217;esempio di quanto siano scatole vuote le norme vigenti in materia di separazione: «Prendiamo il tema delle spese &#8211; dice l&#8217;avvocato Ruggieri &#8211; che vengono divise in ordinarie (gli assegni di mantenimento per il coniuge e i figli) e in straordinarie. Mentre nel primo caso tutto è codificato dal giudice, per quanto riguarda le spese straordinarie (scolastiche o sanitarie per i figli) tutto è lasciato all&#8217;intesa tra i coniugi». Tradotto, su ogni singolo caso &#8211; poiché difficilmente c&#8217;è intesa tra i coniugi &#8211; deve intervenire il giudice. «Facendo il suo lavoro al meglio, il giudice prende quindi una decisione &#8211; dice il consulente legale dell&#8217;associazione &#8211; e in tutti i casi finisce per scontentare una delle parti. Creando involontariamente altre occasioni di scontro». L&#8217;APPELLO ALLA CITTA&#8217;. Ecco perché è importante far calare la tensione. Ma non spesso non è la sola cosa da fare subito: «In molti casi &#8211; spiega l&#8217;avvocato Ruggieri &#8211; la separazione comporta un&#8217;autentica morte economica per uno dei coniugi». Ecco un altro punto su cui &#8211; di concerto i centri per le famiglie &#8211; l&#8217;associazione cerca di trovare soluzioni: «Dopo la separazione &#8211; spiegano i responsabili di Terra di abbracci &#8211; molti uomini si trovano senza casa e con uno stipendio che prima bastava e ora non garantisce loro nemmeno la sussistenza». Da qui l&#8217;appello alla città: «L&#8217;idea dell&#8217;associazione &#8211; dice Pina Tromellini &#8211; è quella di avere a disposizione un immobile per ospitare quanti, dopo una separazione, si trovano senza un tetto. Una sistemazione temporanea che può dare un primo sollievo. Per questo facciamo appello alle istituzioni e non solo».</span></p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>Nuove povertà: su RaiNews24 intervista a Daria Maggio, psicologa dell’INMP, e Andrea Piquè, Avvocato di Strada Onlus</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Mar 2011 11:38:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fatebenefratelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si è tenuta lunedì 7 marzo 2011, su Rai News 24, la trasmissione “Altrevoci – Diritti Negati” dedicata alle nuove povertà e alle difficoltà che investono molte famiglie italiane. Secondo i dati Eurispes nel nostro paese ci sono 11 milioni &#8230; <a href="http://www.luigifiori.it/?p=418">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si è tenuta lunedì 7 marzo 2011, su <em>Rai News 24</em>, la trasmissione “<em>Altrevoci – Diritti Negati</em>” dedicata alle nuove povertà e alle difficoltà che investono molte famiglie italiane. Secondo i dati Eurispes nel nostro paese ci sono 11 milioni di poveri, di cui 3 milioni vivono in condizioni di povertà assoluta, cioè con 550 euro al mese. Quali sono i servizi sociali, sanitari e legali a cui queste persone possono rivolgersi? Per dare risposte alle esigenze di chi si trova in difficoltà, la trasmissione ha coinvolto alcuni esperti per offrire, come di consueto, alcuni riferimenti. In studio con la conduttrice Josephine Alessio, c’erano la dott.ssa <strong>Daria Maggio</strong>, psicologa del <strong><a href="http://www.inmp.it/index.php/ita/Servizi-Socio-Sanitari/Sportelli-Socio-Sanitari/Servizio-Persone-senza-Dimora" target="_self">Servizio per le Persone Senza Fissa Dimora</a></strong> dell’INMP- Antico Ospedale San Gallicano di Roma e l’avvocato <strong>Andrea Piquè</strong> dell’<strong><a href="http://www.inmp.it/index.php/ita/Servizi-Socio-Sanitari/Sportelli-Socio-Sanitari/Sportello-Avvocato-di-Strada" target="_self">Associazione “Avvocato di Strada” Onlus</a></strong>, nata nel 2001 a Bologna per tutelare, in tutto il Paese, i diritti delle persone senza dimora e di quelle persone vivono in uno stato di emarginazinone sociale. Interviene ad Altrevoci, per portare la sua testimonianza Giuseppe Caluza. Nel corso della trasmissione, viene presentato anche un supermercato speciale, l’Emporio Caritas, che si trova a Roma, Prato e Pescara, dove si può fare la spesa gratuitamente.</p>
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		<title>Welfare, minori e nuove povertà oltre 2,5 milioni a distretti e comuni di Genova</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Mar 2011 11:35:19 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Martedì 04 Gennaio 2011 Rambaudi: difficoltà in crescita, presto incontro con comuni e Tribunale Genova. La giunta della Regione Liguria, su proposta dell&#8217;assessore alle Politiche Sociali Lorena Rambaudi, ha approvato un finanziamento di oltre 2 milioni e 535 mila euro &#8230; <a href="http://www.luigifiori.it/?p=413">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Martedì 04 Gennaio 2011</p>
<p><em>Rambaudi: difficoltà in crescita, presto incontro con comuni e Tribunale </em></p>
<p>Genova. La giunta della Regione Liguria, su proposta dell&#8217;assessore alle Politiche Sociali Lorena Rambaudi, ha approvato un finanziamento di oltre 2 milioni e 535 mila euro per i Distretti socio-sanitari, in particolare per il sostegno dei minori allontanati dalla famiglia e le estreme povertà. Un provvedimento che va incontro a forti esigenze dei comuni liguri.</p>
<p>“Da un lato vogliamo sostenere i comuni più grandi come Genova per dare supporto agli interventi sulle nuove povertà, un fenomeno, come quello dei senza fissa dimora, che sta crescendo costantemente ed in modo significativo. Dall’altro, invece, tramite i distretti socio-sanitari, si vuole aiutare i piccoli comuni che si trovano in grave difficoltà a sostenere le rette giornaliere delle strutture educative e delle comunità alloggio per i ragazzi che sono stati allontanati dalla famiglia”, spiega Lorena Rambaudi.</p>
<p>Un problema sempre più grave e serio e destinato ad aggravarsi ancora per via dei tagli.</p>
<p>Per questo, l’assessorato regionale conta di avviare un confronto con i comuni e il Tribunale dei Minori per segnalare le difficoltà emergenti e individuare le possibili risposte alternative.</p>
<p>L’intervento della Regione Liguria per il comune di Genova- 1 milione di euro- sostiene un programma importante messo in campo da Palazzo Tursi che, nonostante i problemi, è riuscito ad ampliare il sistema di servizi e di accoglienza a favore delle nuove povertà.</p>
<p>Complessivamente sono stati assegnati 2.535.715 euro (la somma comprende il finanziamento al comune di Genova) ripartiti, fra Distretto 1 Ventimigliese (200.294 euro), Distretto 2 Sanremese (79.075), Distretto 3 Imperiese (116.099), Distretto 4 Albenganese (142.229), Distretto 5 Finalese (91.337), Distretto 6 Bormide (53.566), Distretto 7 Savonese (195.514), Distretto 8 Genova Ponente (104.078), Distretto 10 Genova Valpolcevera e Vallescrivia (52.684), Distretto 13 Genova Levante (50.573). Seguono Distretto 14 Tigullio Occidentale (16.578), Distretto 15 Chiavarese(87.084), Distretto 16 Tigullio (14.315), Distretto 17 Riviera Val di Vara (74.500),Distretto 18 Spezzino (70.774), Distretto 19 Val di Magra (24.125).</p>
<p>“Con il provvedimento approvato dalla giunta regionale- aggiunge l’assessore Rambaudi- si va incontro anche alle esigenze di altri comuni che in Liguria hanno sostenuto spese per l’accoglienza notturna di persone senza fissa dimora, accoglienza organizzata soprattutto tramite associazioni di volontariato, in particolare la Caritas.</p>
<p>Anche per l’anno 2011 nel bilancio regionale sono state confermate le risorse per questi interventi.</p>
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		<title>Accogliere i più poveri tra i poveri&#8230;.al Fatebenefratelli di San Maurizio Canavese</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Mar 2011 12:34:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fatebenefratelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fatebenefratelli]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;intervista al Direttore, Fra Massimo Villa, e alla Responsabile dei Progetti Riabilitativi dell&#8217;Unità Forense, Vanda Braida. Fra Massimo Villa, è nata di recente presso la struttura Fatebenefratelli di San Maurizio Canavese da Lei diretta, l&#8217;Associazione &#8220;Dr Luigi Fiori &#8211; Fatebenefratelli &#8230; <a href="http://www.luigifiori.it/?p=395">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;intervista al Direttore, Fra Massimo Villa, e alla Responsabile dei Progetti Riabilitativi dell&#8217;Unità Forense, Vanda Braida.</p>
<p>Fra Massimo  Villa, è nata di recente presso la struttura Fatebenefratelli di San  Maurizio Canavese da Lei diretta, l&#8217;Associazione &#8220;Dr Luigi Fiori &#8211;  Fatebenefratelli per le nuove povertà&#8220;. Di cosa si tratta?</p>
<p>L’Associazione è nata il 25 settembre 2009 per rispondere alle  esigenze suggerite dalla Provincia Lombardo-Veneta dei Fatebenefratelli,  quando ha chiesto ad ogni sua struttura di guardare sia all’interno sia  all’esterno della propria realtà, sul territorio in cui ogni Centro  opera, per cogliere quali sono le povertà emergenti di oggi.</p>
<p>All’interno del nostro Presidio Ospedaliero Riabilitativo di San  Maurizio Canavese accogliamo già persone che vivono situazioni di  disagio. Mi riferisco, in particolare all’esperienza che facciamo nel  campo della riabilitazione con le persone che vengono ricoverate nella  Psichiatria Forense e che hanno problemi con la giustizia, insieme ad  altri disagi.</p>
<p>Ci siamo preoccupati di garantire loro, una volta dimessi dalla  nostra struttura, e una volta sciolti  da ogni vincolo giudiziario, di  ritornare sul territorio in una casa provvisoria che li aiuti ad  inserirsi col tempo sia sotto l’aspetto lavorativo che abitativo,  affinché possano mantenere quelle capacità che hanno acquisito durante  il ricovero attraverso mirati progetti di reinserimento.</p>
<p>Questo il nucleo fondamentale su cui si poggia l’intuizione di far  nascere questa  Associazione, che non si occupa solo di questo, ma  spazia su molte altri aspetti, quali ad esempio la formazione.</p>
<p>Ma tutto è sempre mirato a mettere al centro della nostra attività la  persona che ha dei problemi, dei disagi, varie difficoltà o fatiche nel  vivere la propria vita.</p>
<p>Chi sono i promotori di questa nuova Associazione?</p>
<p>Anzitutto è doveroso fare riferimento alla persone cui è intestata  l’Associazione, Luigi Fiori, medico psichiatra che ha lavorato nel  nostro Istituto per 40 anni e che, quando siamo stati invitati a  lavorare per le “nuove povertà”, aveva iniziato a stendere questo  progetto per le persone con disagio che già frequentavano i nostri  ambienti.</p>
<p>E’ scomparso nel 2009 e da lì è nata l’idea di creare questa  Associazione, cogliendo lo spirito che ispirava questo medico, che  consisteva nel mettere al centro la persona con problemi psichiatrici o  altri disagi, quali abuso di alcool e varie dipendenze, ambito di  intervento del suo lavoro, cui era molto appassionato. Oggi circa 100  persone, tra cui i religiosi della comunità che operano in questa  struttura Fatebenefratelli, alcuni nostri professionisti, come la  Psicologa Vanda Braida e un gruppo  di persone che sono in qualche modo  legate a noi, come operatori o come volontari, animate dallo spirito del  Fondatore San Giovanni di Dio e dalla passione per l’uomo, dedicano il  loro tempo extra-lavorativo all’impegno in questa Associazione, dando il  loro contributo in vario modo: prestando il loro tempo e il loro aiuto  concreto come volontari, oppure offrendo delle donazioni.</p>
<p>Come si lega questa Onlus allo spirito dei Fatebenefratelli?</p>
<p>Questa realtà si lega allo spirito dei Fatebenefratelli anzitutto  perché è nata nel cuore dei Fatebenefratelli: le persone promotrici di  questa iniziativa, infatti, sono legate all’Ordine Ospedaliero, o come  religiosi o come dipendenti, ed hanno assimilato molto lo spirito di  San  Giovanni di Dio; inoltre, quando ci è stato chiesto di lavorare per  le “nuove povertà”, ci è stato chiesto di farlo come Fatebenefratelli.  Tutto quello che noi facciamo lo facciamo secondo gli insegnamenti di  San Giovanni di Dio, mettendo al centro di ogni nostra attenzione la  dignità della persona. E ci sembrava bello che il nostro Fondatore  potesse vivere sul territorio di San Maurizio Canavese, non solo  attraverso il nostro Presidio ma anche attraverso questa Associazione  che in modo disinteressato si prende cura dei “più poveri tra i poveri”,  secondo l’esempio di San Giovanni di Dio: riteniamo, infatti, che le  persone che vengono dall’esperienza del carcere, della dipendenza da  alcol, della malattia mentale, siano tra le persone malate, quelle più  povere.</p>
<p>Dott.ssa Vanda  Braida, lei è tra i primi promotori di questa Associazione: in cosa  consistono concretamente  i progetti assistenziali che la Onlus si  propone di sostenere?</p>
<p>Sempre più oggi ci troviamo ad affrontare le più svariate situazioni  di disagio: problemi economici, sociali, malattie, emarginazione. La  nostra Associazione è solo una “goccia nell’oceano”, per citare Madre  Teresa, ma se tutti contribuiamo, è possibile raggiungere insieme degli  obiettivi. In tal senso la nostra Associazione è aperta e collabora  attivamente con altre associazioni del territorio e con altri servizi  territoriali.</p>
<p>Tra le varie attività che portiamo avanti, vi è quella che riguarda  l’Unità Forense del Presidio, nella quale lavoro: qui, una delle  difficoltà più grandi consiste nel continuare a sostenere le persone che  accogliamo anche dopo le dimissioni: almeno in Piemonte, è sempre più  difficile per i servizi territoriali offrire supporto a queste persone  attraverso borse-lavoro, o semplicemente dando loro la possibilità di  crescere e uscire dai meandri giuridici. Per questo, la nostra  Associazione ha pensato di offrire attraverso l’attività del  “gruppo-appartamento”, una sistemazione abitativa temporanea sia alle  persone che vengono dalla nostra Unità Forense, sia alle persone  provenienti dal territorio, allo scopo di consolidare il percorso di  reinserimento sociale di queste persone prive di risorse. Ciò è molto  importante, in quanto si evita che queste  persone rifiniscano nei  meandri giuridici e soprattutto perché è frustrante aver raggiunto degli  obiettivi senza avere la possibilità, successivamente, di mettere in  pratica quello che si è faticosamente acquisito.</p>
<p>Un’altra attività che ci sta a cuore, è quella del Centro di Ascolto,  che ha già dato risposte ad un numero elevato di richieste: abbiamo  attivato un numero verde (800 98 52 36) per offrire un supporto  multidisciplinare a persone in difficoltà; uno spazio dove queste  persone possono esporre i loro problemi, e laddove possibile, aiutarle a  risolverli o indicare loro il giusto percorso da seguire. Per questo  abbiamo istituito una rete di professionisti, che operano in vari ambiti  (medico, legale o altro), in grado di rispondere ai bisogni più  impellenti di queste persone che spesso non sanno a chi rivolgersi o che  tipo di indirizzo seguire per affrontare il loro problema.</p>
<p>Infine, come Associazione, portiamo avanti corsi  formativi ed  informativi per sensibilizzare il territorio su varie tematiche di tipo  sociale e sanitario.</p>
<p>Chi più sostenere l&#8217;Associazione? E come?</p>
<p>Si può dare un contributo personale, mettendo a disposizione la  propria professionalità  e competenza o il proprio tempo per le attività  dell’associazione, oppure mettendo a disposizione risorse lavorative,  come nel caso del laboratorio di restauro attivato nella nostra Unità,  oppure offrendo alle persone che accogliamo delle opportunità di lavoro  che permettano loro di sostenersi. Naturalmente, i contributi economici  sono ben accolti, in quanto danno un sostegno efficace ai nostri  progetti. Per questo abbiamo dei riferimenti bancari che si possono  scaricare dal nostro sito <a href="../">www.luigifiori.it</a></p>
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		<title>Nuovi poveri, sfrattati perchè non pagano il mutuo</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Mar 2011 12:27:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fatebenefratelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[La Stampa, 10 ottobre 2010 nuovepoverta]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La Stampa, 10 ottobre 2010</p>
<p><a href="http://www.luigifiori.it/wp-content/uploads/2011/03/nuovepoverta_10_10.pdf">nuovepoverta</a></p>
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		<title>Io, nero italiano e la mia vita ad ostacoli</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Mar 2011 12:22:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fatebenefratelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fatebenefratelli]]></category>

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		<description><![CDATA[di PAP KHOUMA Sono italiano e ho la pelle nera. Un black italiano, come mi sono sentito dire al controllo dei passaporti dell&#8217;aeroporto di Boston da africane americane addette alla sicurezza. Ma voi avete idea di cosa significa essere italiano &#8230; <a href="http://www.luigifiori.it/?p=381">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di PAP KHOUMA </em></p>
<p>Sono italiano e ho la pelle nera. Un black italiano, come mi sono sentito dire al controllo dei passaporti dell&#8217;aeroporto di Boston da africane americane addette alla sicurezza. Ma voi avete idea di cosa significa essere italiano e avere la pelle nera proprio nell&#8217;Italia del 2009?</p>
<p>Mi capita, quando vado in Comune a Milano per richiedere un certificato ed esibisco il mio passaporto italiano o la mia carta d&#8217;identità, che il funzionario senza neppure dare un&#8217;occhiata ai miei documenti, ma solo guardandomi in faccia, esiga comunque il mio permesso di soggiorno: documento che nessun cittadino italiano possiede. Ricordo un&#8217;occasione in cui, in una sede decentrata del Comune di Milano, una funzionaria si stupì del fatto che potessi avere la carta d&#8217;identità italiana e chiamò in aiuto altre due colleghe che accorsero lasciando la gente in fila ai rispettivi sportelli. Il loro dialogo suonava più o meno così.<br />
&#8220;Mi ha dato la sua carta d&#8217;identità italiana ma dice di non avere il permesso di soggiorno. Come è possibile?&#8221;.<br />
&#8220;Come hai fatto ad avere la carta d&#8217;identità, se non hai un permesso di soggiorno&#8230; ci capisci? Dove hai preso questo documento? Capisci l&#8217;italiano?&#8221;. &#8220;Non ho il permesso di soggiorno&#8221;, mi limitai a rispondere.<br />
Sul documento rilasciato dal Comune (e in mano a ben tre funzionari del Comune) era stampato &#8220;cittadino italiano&#8221; ma loro continuavano a concentrarsi solo sulla mia faccia nera, mentre la gente in attesa perdeva la pazienza.</p>
<p>Perché non leggete cosa c&#8217;è scritto sul documento?&#8221;, suggerii. Attimo di sorpresa ma&#8230;. finalmente mi diedero del lei. &#8220;Lei è cittadino italiano? Perché non l&#8217;ha detto subito? Noi non siamo abituati a vedere un extracomunitario&#8230;&#8221;.</p>
<p>L&#8217;obiezione sembrerebbe avere un qualche senso ma se invece, per tagliare corto, sottolineo subito che sono cittadino italiano, mi sento rispondere frasi del genere: &#8220;Tu possiedi il passaporto italiano ma non sei italiano&#8221;. Oppure, con un sorriso: &#8220;Tu non hai la nazionalità italiana come noi, hai solo la cittadinanza italiana perché sei extracomunitario&#8221;.</p>
<p>Quando abitavo vicino a viale Piave, zona centrale di Milano, mi è capitato che mentre di sera stavo aprendo la mia macchina ed avevo in mano le chiavi una persona si è avvicinata e mi ha chiesto con tono perentorio perché stavo aprendo quell&#8217;auto. D&#8217;istinto ho risposto: &#8220;Perché la sto rubando! Chiama subito i carabinieri&#8221;. E al giustiziere, spiazzato, non è restato che andarsene.</p>
<p>In un&#8217;altra occasione a Milano alle otto di mattina in un viale ad intenso traffico, la mia compagna mentre guidava ha tagliato inavvertitamente la strada ad una donna sul motorino. E&#8217; scesa di corsa per sincerarsi dello stato della malcapitata. Ho preso il volante per spostare la macchina e liberare il traffico all&#8217;ora di punta. Un&#8217;altra donna (bianca) in coda è scesa dalla propria macchina ed è corsa verso la mia compagna (bianca) e diffondendo il panico le ha detto: &#8220;Mentre stai qui a guardare, un extracomunitario ti sta rubando la macchina&#8221;. &#8220;Non è un ladro, è il mio compagno&#8221;, si è sentita rispondere.</p>
<p>Tutte le volte che ho cambiato casa, ho dovuto affrontare una sorta di rito di passaggio. All&#8217;inizio, saluto con un sorriso gli inquilini incrociati per caso nell&#8217;atrio: &#8220;Buongiorno!&#8221; o &#8220;Buona sera!&#8221;. Con i giovani tutto fila liscio. Mentre le persone adulte sono più sospettose. Posso anche capirle finché mi chiedono se abito lì, perché è la prima volta che ci incontriamo. Ma rimango spiazzato quando al saluto mi sento rispondere frasi del genere: &#8220;Non compriamo nulla. Qui non puoi vendere!&#8221;. &#8220;Chi ti ha fatto entrare?&#8221;.</p>
<p>Nel settembre di quest&#8217;anno ero con mio figlio di 12 anni e aspettavo insieme a lui l&#8217;arrivo della metropolitana alla stazione di Palestro. Come sempre l&#8217;altoparlante esortava i passeggeri a non superare la linea gialla di sicurezza. Un anziano signore apostrofò mio figlio: &#8220;Parlano con te, ragazzino. Hai superato la linea gialla. Devi sapere che qui è vietato superare la linea gialla&#8230; maleducato&#8221;. Facevo notare all&#8217;anziano che mio figlio era lontano dalla linea gialla ma lui continuava ad inveire: &#8220;Non dovete neppure stare in questo paese. Tornatevene a casa vostra&#8230; feccia del mondo. La pagherete prima o poi&#8221;.</p>
<p>Qualche settimana fa all&#8217;aeroporto di Linate sono entrato in un&#8217;edicola per comprare un giornale. C&#8217;era un giovane addetto tutto tatuato, mi sono avvicinato a lui per pagare e mi ha indicato un&#8217;altra cassa aperta. Ho pagato e mi sono avviato verso l&#8217;uscita quando il giovane addetto si è messo a urlare alla cassiera: &#8220;Quell&#8217;uomo di colore ha pagato il giornale?&#8221;. La cassiera ha risposto urlando: &#8220;Sì l&#8217;uomo di colore ha pagato!&#8221;. Tornato indietro gli dico: &#8220;Non c&#8217;é bisogno di urlare in questo modo. Ha visto bene mentre pagavo&#8221;. &#8220;Lei mi ha guardato bene? Lo sa con chi sta parlando? Mi guardi bene! Sa cosa sono? Lei si rende conto cosa sono?&#8221;. Cercava di intimidirmi. &#8220;Un razzista!&#8221; gli dico. &#8220;Sì, sono un razzista. Stia molto attento!&#8221;. &#8220;Lei è un cretino&#8221;, ho replicato.</p>
<p>Chi vive queste situazioni quotidiane per più di 25 anni o finisce per accettarle, far finta di niente per poter vivere senza impazzire, oppure può diventare sospettoso, arcigno, pieno di &#8220;pregiudizi al contrario&#8221;, spesso sulle spine col rischio di confondere le situazioni e di vedere razzisti sbucare da tutte le parti, di perdere la testa e di urlare e insultare in mezzo alla gente. E il suo aguzzino che ha il coltello dalla parte del manico, con calma commenta utilizzando una &#8220;formula&#8221; fissa ma molto efficace: &#8220;Guardate, sta urlando, mi sta insultando. Lui è soltanto un ospite a casa mia. Siete tutti testimoni&#8230;&#8221;.</p>
<p>Ho assistito per caso alla rappresentazione di una banda musicale ad Aguzzano, nel piacentino. Quando quasi tutti se ne erano andati ho visto in mezzo alla piazza una bandiera italiana prendere fuoco senza una ragionevole spiegazione. Mi sono ben guardato dal spegnerla anche se ero vicino. Cosa avrebbe pensato o come avrebbe reagito la gente vedendo un &#8220;extracomunitario&#8221; nella piazza di un paesino con la bandiera italiana in fiamme tra le mani? Troppi simboli messi insieme. Ho lasciato la bandiera bruciare con buona pace di tutti.</p>
<p>Ho invece infinitamente apprezzato il comportamento dei poliziotti del presidio della metropolitana di Piazza Duomo di Milano. Non volevo arrivare al lavoro in ritardo e stavo correndo in mezzo alla gente. Ad un tratto mi sentii afferrare alle spalle e spintonare. Mi ritrovai di fronte un giovane poliziotto in divisa che mi urlò di consegnare i documenti. Consegnai la mia carta di identità al poliziotto già furibondo il quale, senza aprirla, mi ordinò di seguirlo. Giunti al posto di polizia, dichiarò ai suoi colleghi: &#8220;Questo extracomunitario si comporta da prepotente!&#8221;.</p>
<p>Per fortuna le mie spiegazioni non furono smentite dal collega presente ai fatti. I poliziotti verificarono accuratamente i miei documenti e dopo conclusero che il loro giovane collega aveva sbagliato porgendomi le loro scuse. Furono anche dispiaciuti per il mio ritardo al lavoro.</p>
<p>Dopotutto, ho l&#8217;impressione che, rispetto alla maggioranza della gente, ai poliziotti non sembri anormale ritrovarsi di fronte a un cittadino italiano con la pelle nera o marrone. &#8220;Noi non siamo abituati!&#8221;, ci sentiamo dire sempre e ovunque da nove persone su dieci. E&#8217; un alibi che non regge più dopo trent&#8217;anni che viviamo e lavoriamo qui, ci sposiamo con italiane/italiani, facciamo dei figli misti o no, che crescono e vengono educati nelle scuole e università italiane.</p>
<p>Un fatto sconvolgente è quando tre anni fa fui aggredito da quattro controllori dell&#8217;Atm a Milano e finii al pronto soccorso. Ancora oggi sto affrontando i processi ma con i controllori come vittime ed io come imputato. Una cosa è certa, ho ancora fiducia nella giustizia italiana.</p>
<p>12 dicembre 2009</p>
<p><strong>Repubblica</strong></p>
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		<title>I «nuovi poveri» salgono ai Cappuccini</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Mar 2011 12:19:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fatebenefratelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[reportage di Nicolò Zancan In pellegrinaggio per una mela e un panino al salame Li vedi arrancare in salita fra ragazzini che fanno footing e pullman di turisti in gita. Hanno borselli a tracolla, buste di plastica in mano, giacche &#8230; <a href="http://www.luigifiori.it/?p=377">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>reportage di Nicolò Zancan</p>
<h3>In pellegrinaggio per una mela e un panino al salame</h3>
<p>Li vedi arrancare in salita fra ragazzini che fanno footing e pullman di turisti in gita. Hanno borselli a tracolla, buste di plastica in mano, giacche sempre troppo piccole o troppo grandi. Sono vecchi e nuovi poveri, italiani e stranieri, bambini, ragazze, madri, e quasi tutti hanno una storia interrotta e delle speranze da difendere.</p>
<p>Licio faceva il decoratore, Khalid il cameriere in un ristorante che ha chiuso, Valentino ha lavorato per tre anni nel cantiere della metropolitana, Franco era un attore di teatro d’avanguardia in scena con Carmelo Bene. Arrivano anche Bartolomeo, Nina, Sara, Piero e gli altri, più di cento persone al giorno. Ogni pomeriggio, in pellegrinaggio silenzioso, salgono al Monte dei Cappuccini e si mettono in coda per i panini dei frati.</p>
<p>Da quando ha chiuso il punto di assistenza delle suore vincenziane in via Nizza, a Torino sono rimasti soltanto due posti dove mangiare gratis nelle ore serali. Uno è la mensa dell’Asilo Notturno Umberto I di via Ormea &#8211; 80 coperti &#8211; dove alle 18 inizia la distribuzione dei numeri come alle poste. L’altro è questo spiazzo stupendo che domina Torino, sotto alle luci d’artista che disegnano cerchi viola nel cielo. Dalla piccola porta del convento, quando il sole sta tramontando, si affaccia frate Mario, cappellino in testa e barba candida: distribuisce due panini &#8211; oggi frittata e prosciutto &#8211; una merendina e una mela a testa. Quanto basta per lottare un’altra notte.</p>
<p>Per la  Caritas a Torino sono circa 110 mila le persone che si rivolgono ai centri del volontariato, uomini e donne con fragilità economiche e sociali. Ventimila quelle che nel corso dell’ultimo anno sono sprofondate sotto alla soglia di povertà. Altre sei mila vivono in condizioni di povertà estrema. Frate Mario ha visto tutto questo, semplicemente mettendo il naso fuori dalla porta: «Non c’è più lavoro. Arrivano italiani di 45 anni che potrebbero ancora essere molto utili. Persone ottime. Anche ragazzi giovani e giovani donne, gente normalissima che fino a qualche anno fa non vedevamo. Noi cerchiamo di dare un piccolo sostegno, facciamo i panini». Arrivano ragazzi marocchini che dormono nelle fabbriche abbandonate, una signora anziana che spinge la bicicletta, un uomo con i capelli lunghi che canta una canzone senza parole: «Ti-ti-ti-ti-ti&#8230;».</p>
<p>Licio racconta di dormire in una cantina senza riscaldamento: «Per questo ho mal di schiena». E per questo frate Mario ha messo anche un maglione nella sua busta di plastica. «Mi sono accorto subito che la situazione stava degenerando &#8211; spiega &#8211; ho perso il lavoro e ho litigato con mio fratello. Ma non sono riuscito a mettermi in salvo, nonostante tutti gli sforzi, i tentativi di ricominciare e anche, dicono, una discreta intelligenza».</p>
<p>Lui è uno di quelli che si sta arrendendo, passa le giornate sulle panchine del centro, tiene un giornale nella giacca: «Ma ho 63 anni e non so quanto tempo potrò reggere ancora questa vita». Come Bartolomeo, che quasi scompare dentro a un grosso montgomery blu: «Non mi piace esser considerato un clochard. Allora lascio le mie borse al Cottolengo e le prendo solo quando è buio». Tutto si mischia, alle sei di sera, al Monte dei Cappuccini, paura, rabbia, rimpianto, orgoglio. Fino a tre anni fa Piero faceva il camionista e girava il mondo, gli brillano gli occhi a pensarci: «Sono andato ovunque in Europa, era bello guidare, stavo bene&#8230;».</p>
<p>Arriva un bambino romeno di 11 anni accompagnato dalla nonna, prende i panini: «Vivere a Torino mi piace tantissimo &#8211; dice &#8211; ma visto che a casa ogni tanto non c’è da mangiare, veniamo qui». Un ragazzo di Timisoara è appena arrivato in città dopo un lungo viaggio, sorride: «Spero che dio mi aiuti. Sono pronto a fare qualunque lavoro». Valentino lo guarda con una specie di tenerezza disillusa: «Io ho lavorato per otto anni a Torino. Ma adesso non trovo niente. La vita è dura». Non c’è amicizia. Poca solidarietà. Arrivare al Monte dei Cappuccini per questi motivi rende tutti soli e sospettosi.</p>
<p>E forse è proprio quello che non si può raccontare la parte più importante di questa storia. Sono i silenzi e il pudore di chi non si sarebbe mai aspettato, un giorno, di mangiare i panini dei frati. Salgono più timidi degli altri, più diffidenti, quasi come a marcare una distanza. Prendono la cena e scappano via sussurrando «grazie», prima di perdersi a piedi nelle luci della città.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>La Stampa, 21-11-2010</strong></p>
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